Da battesimo già a funerale: calma

Roberto Beccantini25 September 2026

Era la 900a. della Nazionale, era il round inaugurale di Nations League, era la prima del Mancio bis. Morale: Italia-Belgio 0-2. Prendere fischi per fiasco, come ha fatto l’Olimpico, è classico di coloro che ottengono dalla propaganda ciò che chiedono al campo.

Il Belgio del deb Van Bommel (che assist per Gakpo, il figlio, in Olanda-Germania 1-1!) è squadra fatta. L’Italia, un cantiere. Per un tempo, rossi padroni assoluti a ogni livello: tattico, tecnico, fisico. Migliore dei nostri, Donnarumma. E dopo di lui, per me, Cambiaghi: là dove, però, gli avversari avevano Godts, 21 anni, vice di Kvara al Paris. D’accordo, i gol nascono da errori palesi – di Romano, di Barella – ma vogliamo parlarne? Imbeccato da De Bruyne, Godts ancheggia, mette a sedere Coppola & Mancini e zac, ciao Gigio. E’ il 20’. Il raddoppio, su tocco di De Ketelaere, lo firma Lukébakio, un panchinaro: in puro stile Milan-Benfica. E’ il 69’. Openda? Non pervenuto.

E gli azzurri? Per una mezz’oretta, in avvio di ripresa, ci avevano dato dentro, impegnando Lammens con Kean (non una grande idea, laggiù a destra) e Pio. Sono stati puniti mentre stavano producendo il massimo che potevano. In flagranza di contropiede, come una volta facevamo noi.

I giovani. Romano, regista timido e peccatore, va perdonato. Avari, gli spiccioli concessi a Doumbia e Zoma. Arriviamo da tre Mondiali falliti e, quindi, piano con i funerali già ai battesimi. Godts, De Ketelaere e De Bruyne (35 anni di intelligenza originale, sostituito sul più bello) hanno illuminato la notte. Noi, ecco, non abbiamo ancora uno in grado di sparigliare il mazzo. Come diceva Mandela? Non perdo mai: o vinco o imparo. E allora, al lavoro.

Per concludere, due parole su Elena Pero. Non ho avuto l’onore di conoscerla, ma ho avuto il piacere di ascoltarla. Voce dal set fuggita. Grazie.

Kolo da «numero uno»…

Roberto Beccantini20 September 2026

Mentre nell’Atletico del Cholo «Stanlio» David ha fatto il Golia persino contro il Real di Mou, e nei nostri cortili Kolo Muani continua a fare di tutto – addirittura il portiere, al 62’, su capocciata di Kristensen: un miracolo – ma proprio di tutto (l’apripista, lo slalomista, lo spondista), tranne che i gol (manco all’87’, dopo triangolo con Woltemade: bravo Carnesecchi), la Juventus ha sconfitto per 2-0 l’Atalanta, squadra che, allo Stadium, non batteva dal 2018. Piano, dunque, con i ruttini da radical-chic.

Dal sinistro di Conceiçao, su cross di Celik al 29’, e dalla capoccia di Bremer, su angolo di Zhegrova al 76’, gli episodi che hanno orientato il cammino e il destino. Con l’infermeria ancora piena, «Luscianone» doveva slolomeggiare tra il buio notte del Mapei e la manita batava di giovedì. Sarri, lui, si sforza d’insegnare un catechismo che sta agli ex dentisti del Gasp come Tu scendi dalle stelle a una discoteca. Non che abbia debordato, Madama, ma ha meritato. Più solida, più camaleontica (McKennie ora qua ora là); e se quasi mai padrona, mai schiava. Poi sì, sul 2-0, padrona. Lucumi e Nico in vetrina; Kalulu in difficoltà su Rowe (e a rischio rigore, al 30’); Douglas Luiz a tracciare aste con la matita, come Sarr nella ripresa ; Celik a volate alternate. Di Kolo ho detto: non giocasse centravanti, sarebbe spesso da sette. Sullo sfondo di cadenze non esattamente bersaglieresche, meglio il 4-3-3 che il 4-2-3-1 d’avvio. Nella Dea, ingabbiati Krstovic e Scamacca, una nuvola di fumo De Ketelaere e il lungoconteso Kessié ai margini del ring.

Mi dicono che, durante il minuto in memoria di Sandro Mazzola, uno spicchio della curva gobba abbia fatto schifo. Ne prendo tristemente atto.

** Fiorentina-Napoli 1-1 (Gilmour, Jimenez). Ma sì, come andare al Luna Park e perdersi tra giostre, montagne russe, auto-scontri e labirinti. La Viola due traverse, un Fagioli bussola
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Così vicini, così imprudenti

Roberto Beccantini19 September 2026

Quando i duellanti rinunciano agli scudi e sguainano le sciabole, può capitare quello che è successo in Roma-Inter. Due a due. Doppietta di Manu Koné nel primo tempo, doppietta di Lautaro nel secondo. Avanti tutta, sempre e comunque. Gli opliti dell’Ego, che se non ha vinto stavolta chissà se gli riuscirà mai. I chierichetti del Reverendo, pronti a espiare i soliti peccati – quarta volta che vanno sotto di due gol, dopo Napoli, Real e Udinese – al prezzo di furibonde penitenze.

Il ritmo è stato da palio di Siena, con la Lupa che si scaglia sulla partita come se fosse un agnellino, salvo rallentare in avvio di ripresa (citofonare Ederson e Istanbul), un po’ perché le sgassate si pagano e un po’ perché se hai di fronte i padroni del campionato devi aspettarti una reazione all’altezza.

Le marcature riservate a Malen hanno «liberato» gli agguati e le incursioni di Koné, uno sherpa che poco segna ma molto dà alla causa. Ci sono state parate di Martinez (una splendida, di testa, sul pelato batavo) e di Svilar, una non meno provvidenziale in mischia, complice la traversa. Davvero: non c’è stato un pit-stop che uno, e i cambi hanno, sì, increspato il circuito ma non sabotato la trama.

Nessun dubbio che la Roma si sia avvicinata. Nessun dubbio che l’Inter sia sempre lì, al suo posto. La vittoria e la sconfitta, questi «impostori», avrebbero potuto baciare entrambi. Ripenso al Malen di cui sopra, ripenso al contropiede di Thuram, proprio agli sgoccioli: dal possibile 3-1 al possibile 2-3, a conferma di cadenze così forsennate che hanno finito per spegnere la lampada di Dybala, il cui sinistro aveva illuminato gli spioventi dei gol.

Non sono mancati gli errori – di tocco e di mira, sotto porta e in campo largo – ma occhio al riassunto: 17-14 i tiri, 4-5 quelli in porta, 49%-51% il possesso. Sorrisi in giro? Mica tanti. Buon segno.